Dopo 23 anni in catena di montaggio, Gennaro si sente come una spugna che ha lavato troppi piatti. L’unico motivo per cui si alza al mattino sono le puttane di Viale Indipendenza. Ormai le chiama per nome.
Francesca apre la sua pescheria alle otto di mattina, come sempre. E’ dicembre, Torino un’unica lastra di ghiaccio. Gli affari vanno bene, ma lei ha un segreto: sono tre anni che è vegetariana. Ai clienti mica lo dice.
Nicola ha otto anni e ha trovato cinque euro sul marciapiede, camminando mano nella mano con la nonna. Appena tornato a casa è corso da suo padre (disoccupato da sei mesi), ha fatto finta di abbracciarlo e glieli ha messi nella tasca della giacca senza farsi vedere.
Franco è un autista di autobus privati, soprattutto gite scolastiche. Una volta ha fatto Bologna - Barcellona in una notte. Merito delle anfetamine.
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E’ l’unico grattacielo al mondo che di notte scompare. Il Ryugyong Hotel di Pyongyang è una costruzione di 330 metri di altezza. I lavori iniziarono nel 1987 e proseguirono fino al 1992. Doveva essere il fiore all’occhiello del regime nordcoreano, ma per mancanza di fondi non è mai stato completato. E’ inutilizzato, disabitato, vuoto. Il progetto iniziale prevedeva tremila camere, sette ristoranti rotanti, giardini, padiglioni, terrazze. Come racconta Lorenzo Cairoli nel suo blog “il calcestruzzo che usarono era di infima qualità, il progetto si arenò, i dissidenti ne fecero subito la metafora di questo sciagurato regime; le guide turistiche, imbarazzate, ci passavano davanti fingendo che non esistesse e quando quei pochi visitatori chiedevano loro cosa fosse quella piramide, si rifiutavano di rispondere”. Di notte il buio inghiotte il Ryugyong Hotel, che è senza elettricità. In una nota cartolina celebrativa del regime, il panorama di Pyongyang è illuminato dalle mille luci del grattacielo: è solo un fotomontaggio. La rivista Esquire lo ha definito “il più brutto edificio nella storia dell’umanità”. Un’inchiesta dello scorso anno del Los Angeles Times ha raccontato che a Pyongyang è esplosa una strana febbre del mattone: aperti di nuovo i cantieri, ripuliti gli edifici, rimesse a posto le strade. Non si sa con certezza da dove provengano tutti quei soldi. Forse prima o poi anche il Ryugyong Hotel si illuminerà davvero. Succederà prima o dopo la caduta del derelitto regime comunista?

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Tag:corea del nord, grattacielo pyongyang, pyongyang, Ryugyong Hotel
Come racconta abbastanza esaustivamente Luca Sofri, tutta questa storiella, per chi si definisce o vorrebbe essere un giornalista, è una sfida. Non ci sono giudici di mezzo, né avvocati, né procure. Semplice giornalismo, per chi ha voglia di farlo. Possibile che la gente, tutta la gente, tutti noi, possibile che non siamo curiosi di sapere la verità?
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Ines è una bella ragazza e fa la barista. Sopporta per tutto il giorno gli sguardi insistenti e prolungati di una clientela variegata: ragazzetti che escono da scuola, pensionati che cercano di uccidere in qualche modo le giornate, disoccupati che viaggiano sui dodici-tredici caffè al giorno. Quel bar di Palermo le fa schifo, ma il mare lì davanti è blu. Blu per lei significa futuro, possibilità, un’altra vita. Diversa, più pulita.
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Vi siete mai chiesti chi sottotitola in italiano (spesso a tempo di record) le tanto amate serie tv americane, che decine di migliaia di persone scaricano ogni giorno da Emule? Lo racconta Luca Sofri sul suo blog e su Wired.
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Tag:chi fa i sottotitoli delle serie tv?, sottotitolatori, sottotitoli lost, sottotitoli serie tv
E’ morto a Montevideo uno dei miei poeti preferiti, Mario Benedetti. Così lo ricorda Carotenuto: “Militante politico latinoamericanista, perseguitato ed esiliato in dittatura, coscienza critica del Novecento, cantore della dolcezza dell’amore. Il linguaggio, l’ironia, la sensibilità, la modestia, l’umanità lo facevano dei grandi poeti latinoamericani del XX secolo quello sicuramente più popolare”. Ecco Intimità, una delle sue poesie più conosciute, e una delle più belle.
INTIMITA’
Sogniamo assieme
assieme ci svegliamo
il tempo fa e disfa
e intanto
non gli importa il tuo sogno
o il mio sogno
siamo pigri
o troppo cauti
crediamo che non precipiti
questo gabbiano
crediamo che sia eterno
questo accordo
che la battaglia è nostra
o di nessuno
viviamo assieme
assieme soccombiamo
ma questa distruzione
è uno scherzo
un dettaglio un impeto
un residuo
un aprirsi e chiudersi
del paradiso
ormai la nostra intimità
è così immensa
che la morte la nasconde
nel suo vuoto
voglio che mi racconti
il dolore che taci
dal canto mio,
ti offro la mia ultima speranza
sei sola
sono solo
ma a volte
la solitudine può
essere
una fiamma.
(traduzione di Federico Guerrini)
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C’è qualcosa di ipnotico in questo blog. Un tizio di nome Mark, non ho ben capito in quale veste e con quale organizzazione, ha fatto un viaggio attraverso la Corea del Nord. Un viaggio allucinato e allucinante. Tra grattacieli senza luce e strade deserte. Pyongyang è una città finta, di cartone. La povertà, i milioni di morti per la carestia degli anni novanta, la gente che muore letteralmente di fame, le elementari libertà negate. Non si vede niente di tutto ciò. Ovviamente a Mark hanno permesso di accedere solo alla parte “presentabile” della Corea del Nord. Ma questo dà una sfumatura ancora più assurda e inquietante all’insieme. Meglio di un film, di un romanzo. La Corea del Nord che viene fuori da queste immagini, è un posto unico al mondo. Sarebbe quasi da riderci su, se non fosse che è una tragedia senza fine, e senza tempo. Un viaggio a Pyongyang. Assurdo. www.marcnorthkorea.blogspot.com
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Tag:comunismo, corea del nord, viaggio a pyongyang
“Diego Ribas da Cunha ha firmato con la Juventus. 5 anni a 4 milioni all’anno. 25 milioni al Werder Brema. No, s’è intromesso il Bayern Monaco. Diego firmerà entro fine maggio”. Luigi sta in redazione, segue gli ultimi lanci delle agenzie di stampa e aggiorna il sito web del quotidiano sportivo per il quale lavora. La collina di Torino è una distesa di verde, la primavera si sta dileguando, un’altra estate di caldo che spezza il fiato gli si spalanca davanti. Niente ferie, quest’anno. Luigi sogna di diventare un giornalista, gli piacerebbe fare la cronaca politica. Per ora gli tocca una piccola sezione di calciomercato, che tra l’altro ha sempre odiato. “Diego ha firmato? E’ ufficiale? Il presidente della Juve smentisce. Il procuratore del calciatore dice che nulla è ancora definito”. Di ufficiale non c’è nulla nella vita di Luigi. Niente contratto, l’affitto lo paga in nero, e i suoi genitori in un piccolo paese dell’Ogliastra pensano che sia un giornalista affermato. Nonostante tutto, ha le idee chiare il ragazzo. Ha messo in conto un po’ di gavetta. E almeno lì dentro c’è l’aria condizionata. Guarda fuori dalla finestra e vede un barbone che si trascina stancamente sotto il sole del pomeriggio. Un telefono squilla, il suo collega più anziano gli fa un fischio e gli indica l’ultima agenzia. “Diego ha firmato“.
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Accendi il computer. Apri un documento di testo. Immagina un testo breve sin dall’inizio, pensa già alla sua struttura completa. Non usare frasi contorte. Dieci righe sono più che sufficienti. Arriva subito al punto. Scrivi il tuo titolo di studio. Dimostra di aver guardato con attenzione il sito web dell’azienda. Racconta in due righe in che modo hai conosciuto l’azienda, magari inventando una storiella simpatica e credibile. Non vera. Credibile. Ma senza esagerare. Copia e incolla il testo nel corpo della mail. Allega il curriculum in un file rigorosamente in PDF. Nell’oggetto della mail scrivi “Autocandidatura per…” e il posto che ti piacerebbe ottenere. Rileggi la mail almeno tre volte. Ecco fatto. Hai tra le mani la lettera di presentazione perfetta. Poi cestina la mail. Siamo in Italia, coglione! Mi chiamo Laura, ho 29anni , una laurea e un master, e sono quella che ti serve le patatine da McDonald’s.
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Stefano gira a Tor Bella Monaca con il coltello in tasca e il deserto in testa. Ha diciott’anni e l’unico sogno che ha, davvero l’unico sogno, è quello di farsi una foto insieme a Totti e De Rossi. Poi gli basta avere i soldi per sfasciarsi una sera a settimana. Di solito il venerdì. Il sole spacca l’asfalto. E’ estate. Roma è una giungla di nervi, traffico e frustrazione.
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Ho scritto un breve “ritratto” e l’ho inviato a Vanni Santoni, che l’ha pubblicato sul suo blog dopo averlo editato. Sinceramente è un onore.

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Rino ha un banco di frutta e verdura. Gli piace ogni mattina, prima dell’alba, prima che arrivino i clienti, sistemare arance, mele, insalata e quant’altro in modo da creare combinazioni di colori originali tra le cassette. E’ l’unica nota di originalità in una vita sempre in linea con le aspettative di tutti. Prima i genitori, poi la moglie, ora i figli. Troppi pensieri. Ma quando Rino crea le sue composizioni colorate, la mattina, il mondo fuori non esiste. Quel grigio che accompagna le sue giornate, tra la sua frutta e verdura non troverà mai spazio. Mai nemmeno un piccolo buco.
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Antonio ha novantaquattro anni e ascolta alla radio, come ogni mattina, le news piene di ansia e paura sulla febbre suina, e un po’ gli viene da ridere. Ogni anno negli Stati Uniti l’influenza, la comune influenza, uccide 36.000 persone. Trenta-Sei-Mila. E’ un medico in pensione, Antonio, ha passato la vita a studiare virus, epidemie, girando tra Asia e soprattutto Africa. Ha avuto una vita avventurosa. Non stanno esagerando un po’, tutti quanti, con le edizioni speciali del telegiornale? Pensa alla Sars, e alla fobia diffusa che si diffuse verso chiunque avesse gli occhi a mandorla. E poi l’aviaria, con i polli infetti che avrebbero dovuto causare 200.000 morti. Lui ne ha viste tante, in novantaquattro anni. La febbre suina non gli interessa. E’ arrivato alla conclusione che ai giornalisti piace tanto, ma davvero tanto, riempirsi la bocca con la parola “pandemia”. E’ molto cinematografica, d’effetto. Ma non sanno nemmeno che cosa significa. L’influenza spagnola, quella che tra il 1918 e il 1919 uccise 50 milioni di persone, tra cui suo papà e sua mamma, quella sì che fu una pandemia. Morirono quando lui aveva appena due anni. Antonio sorseggia il suo caffè e pensa, pensa alla sua Africa lontana.
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Lo sai, figlia mia, che negli anni settanta alla televisione c’era solo un canale, e la sera le persone si ritrovavano a parlare di politica, in circoli pieni di fumo, stanze piccole, tra facce amiche. Alcuni venivano solo per andar dietro a qualche ragazza, altri erano noiosi in un modo che ti può essere quasi impossibile immaginare, altri ancora scelsero la strada della lotta armata e non li vedemmo mai più. E fuori pioveva, non hai idea di quanto piovesse a Torino in quegli anni. Credevamo davvero di costruire un mondo diverso, forse modesto, ma senz’altro un po’ più giusto. E l’inverno durava di più, e davvero c’era una nebbia allora che non puoi immaginare. Lavoravamo otto, nove ore al giorno, ovviamente, e la sera eravamo in giro, assemblee, volantinaggio davanti ai cancelli della Fiat, manifesti da attaccare sui muri. E tu eri già nata, e ci davi già un po’ di pensieri. Sai, dormivo tre ore a notte, a volte saltavo del tutto, ma non ero stanco, mai, proprio mai. E quando tutto finì, la delusione fu grande. Però vivevamo con il sogno di un mondo più onesto, un obiettivo che non avremmo raggiunto mai, ma che ci faceva camminare a testa alta. Giornate piene, tagliavamo la nebbia di Torino come aerei tra le nuvole. Eravamo felici di essere lì, in quel posto, in quel momento. Soprattutto ci sentivamo parte di qualcosa. Invece tu, in cosa credi? Promettimi che non smetterai di sognare, che non ti rincoglionirai davanti alla televisione in questa Italia borghesotta e con l’accento lombardo. Non adesso, ancora no.
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Mondiale del 1978. Vince l’Argentina, Buenos Aires impazzisce di gioia, mentre a due passi dallo Stadio Monumentàl, centinaia di giovani muoiono nelle carceri clandestine. Dal 1976 al 1983 50.000 persone spariranno nel nulla, inghiottite dall’oceano, o finite con un colpo alla nuca in qualche strada della sterminata provincia argentina. Contro quel mondiale macchiato di sangue, all’epoca furono in pochi a opporsi. E’ facile essere coraggiosi a distanza di sicurezza, ma ci fu chi all’epoca dimostrò di essere un uomo. Chi disse no. Jorge Carrascosa, il capitano degli argentini, disse semplicemente: “Io, il campionato del mondo non lo gioco”. El lobo ( il lupo) era il capitano e il cuore di quella squadra. Sarebbe toccato a lui l’onore (quale onore?) di alzare la coppa del mondo al cielo. Invece decise di non essere complice dei militari, di farsi da parte. Scelse il silenzio. Oggi, su google, ci sono solo tre o quattro immagini di Carrascosa. Dimenticato. Scomparso. El Lobo aveva soltanto ventinove anni, era un esterno di gran classe, nel pieno della carriera. Scelse il silenzio, e ora è uno dei pochi che può permettersi di guardare in faccia chiunque, anche le Madri di Plaza de Mayo.

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