La forza della micronarrativa
For sale: baby shoes, never worn (Vendesi: scarpe da bambino, mai indossate)
La tradizione vuole che questo sia il racconto più breve mai scritto. Ernest Hemingway probabilmente l’aveva messo giù per scherzo, al tavolino di qualche bar, tra Parigi e L’Avana.
Sul web nessuno ha voglia e tempo di leggere contenuti troppo complessi. L’occhio viaggia sulla pagina come uno scanner, cercando di cogliere al volo ciò che gli interessa.
Si passa da un sito a un altro, nel giro di pochi secondi. L’attenzione è limitata. Ma questa è una grossa opportunità e una sfida affascinante per chi ama la narrativa breve: creare storie di poche pagine (anche una sola cartella), qualche migliaio di battute. Acchiappare l’attenzione di chi è capitato sulla nostra pagina web.
Molti siti aziendali potrebbero far leva sulla forza magnetica che è intrinseca a ogni buon racconto, per differenziarsi dalla maggior parte dei siti analoghi e sfruttare la capacità evocativa delle parole.
Piccole storie, scritte con precisione e con una prosa tersa. La parola Micronarrativa, per come la intendo io, vuol dire unire la voglia di raccontare delle storie e le caratteristiche specifiche della lettura sullo schermo, profondamente diversa da quella su carta.
La forza delle storie è spiegata con chiarezza da Luisa Carrada: “Nell’era dell’esplosione delle tecnologie e della massima abbondanza di informazioni, che ci seguono ormai ovunque, riemerge con tutta la sua forza la forma di comunicazione più antica che gli uomini conoscono: il racconto. Quella che ha permesso ai nostri antenati di dominare le paure e dare un senso al mondo, e la stessa che permette ancora oggi ai bambini di crescere affrontando le difficoltà una per una, come gli eroi delle fiabe […] Nessun’altra forma di comunicazione ha la forza e i vantaggi di una buona storia: vera, umana, breve, interessante, emozionante, facile da esporre e soprattutto da ricordare”.
Sempre la vita
“Se siamo fortunati, non importa se scrittori o lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima. La temperatura del corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo e, “creature di sangue caldo e nervi”, come dice un personaggio di Cechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita.” Raymond Carver
Buenos Aires non finisce mai
Questa è l’introduzione della mia tesi di laurea
“Noi esistiamo solamente come individui che esistono per gli altri, che ne condividono i problemi e provano a risolverli, o almeno a descriverli”. Così Ryszard Kapuscinsky definiva il ruolo del giornalista.
Nel giugno del 1978 si giocano in Argentina i campionati mondiali di calcio; nel paese è in atto una sanguinosa repressione, attraverso la quale la dittatura guidata dal generale Videla causa in pochi anni lo sterminio di un’intera generazione. Il numero delle vittime non è mai stato accertato; alcune stime parlano di 50.000 individui spariti nel nulla, inghiottiti dalle onde dell’Oceano Atlantico o seppelliti nelle fosse comuni alla periferia di Buenos Aires.
Nel modus operandi adottato dai militari argentini c’è qualcosa che si spinge oltre le categorie di cui dispone la mente umana per inquadrare gli avvenimenti del reale e la mente si trova a doversi confrontare con qualcosa di abissale, vertiginoso e insostenibile. L’eliminazione di massa attraverso la desaparicion rende il delitto invisibile e di conseguenza non rappresentabile; la strategia del terrore è deliberatamente adottata e militarmente pianificata dai militari argentini in ogni minimo dettaglio. Il livello della repressione è innalzato fino allo sterminio di massa e le democrazie occidentali si adoperano con efficacia affinché sia minimizzato, mimetizzato e oscurato ciò che sta accadendo in Argentina. In un sistema dei media prevalentemente iconografico e nel contempo manipolabile, non importa che la notizia compaia, con tanto di analisi, su questo o quel giornale; rimane isolata, marginale, invisibile.
Questo lavoro è diretta conseguenza di una ricerca sui quotidiani dell’epoca, ripercorsi giorno per giorno. La mia attenzione si è concentrata su cinque quotidiani (“La Stampa”, “Corriere della Sera”, “La Repubblica”, “Tuttosport” e “Gazzetta dello Sport”). Attraverso la ricostruzione della situazione socio-politica dell’Italia e dell’Argentina degli anni settanta la narrazione degli eventi è stata inserita in un contesto il più possibile esauriente. La rilettura degli articoli dell’epoca si è rivelata uno strumento unico per portare alla luce nuovi elementi riguardo alla commistione di implicazioni politiche, economiche ed editoriali che legano la società italiana del 1978 e la dittatura militare di Videla.
Ho verificato come le influenze della politica possano influire sulla diffusione delle informazioni e, allo stesso tempo, come l’impegno dei singoli individui sia indispensabile per la trasmissione delle notizie e per la ricostruzione della verità. In un mondo in cui la fruizione delle notizie, con lo sviluppo delle nuove tecnologie, è sempre più veloce, immediata e conseguentemente più superficiale, ho lavorato nella convinzione che uno studio attento degli articoli dei quotidiani sia uno strumento imprescindibile per una ricostruzione storica completa e attendibile.
Centinaia di giornalisti si recano nel giugno del 1978 in Argentina per raccontare un mondiale di calcio che si gioca a pochi metri di distanza dalle camere di tortura. Questo lavoro parte dalla necessità storiografica di affrontare una vicenda del secolo scorso poco approfondita, ma estremamente significativa.Questa tesi vuole inoltre essere un contributo alla memoria delle decine di migliaia di desaparecidos e all’instancabile cammino delle Madri di Plaza de Mayo, che non hanno mai smesso di tenere vivo il ricordo dei figli scomparsi e di chiedere giustizia.
“Narrare è resistere”, secondo una celebre definizione del poeta Guimaraes Rosa; spero che questo lavoro raggiunga, anche se in minima parte, l’obiettivo di trasformare le parole nella più efficace forma di resistenza contro l’oblio.