Ho scritto un breve “ritratto” e l’ho inviato a Vanni Santoni, che l’ha pubblicato sul suo blog dopo averlo editato. Sinceramente è un onore.

Ho scritto un breve “ritratto” e l’ho inviato a Vanni Santoni, che l’ha pubblicato sul suo blog dopo averlo editato. Sinceramente è un onore.

Rino ha un banco di frutta e verdura. Gli piace ogni mattina, prima dell’alba, prima che arrivino i clienti, sistemare arance, mele, insalata e quant’altro in modo da creare combinazioni di colori originali tra le cassette. E’ l’unica nota di originalità in una vita sempre in linea con le aspettative di tutti. Prima i genitori, poi la moglie, ora i figli. Troppi pensieri. Ma quando Rino crea le sue composizioni colorate, la mattina, il mondo fuori non esiste. Quel grigio che accompagna le sue giornate, tra la sua frutta e verdura non troverà mai spazio. Mai nemmeno un piccolo buco.
Antonio ha novantaquattro anni e ascolta alla radio, come ogni mattina, le news piene di ansia e paura sulla febbre suina, e un po’ gli viene da ridere. Ogni anno negli Stati Uniti l’influenza, la comune influenza, uccide 36.000 persone. Trenta-Sei-Mila. E’ un medico in pensione, Antonio, ha passato la vita a studiare virus, epidemie, girando tra Asia e soprattutto Africa. Ha avuto una vita avventurosa. Non stanno esagerando un po’, tutti quanti, con le edizioni speciali del telegiornale? Pensa alla Sars, e alla fobia diffusa che si diffuse verso chiunque avesse gli occhi a mandorla. E poi l’aviaria, con i polli infetti che avrebbero dovuto causare 200.000 morti. Lui ne ha viste tante, in novantaquattro anni. La febbre suina non gli interessa. E’ arrivato alla conclusione che ai giornalisti piace tanto, ma davvero tanto, riempirsi la bocca con la parola “pandemia”. E’ molto cinematografica, d’effetto. Ma non sanno nemmeno che cosa significa. L’influenza spagnola, quella che tra il 1918 e il 1919 uccise 50 milioni di persone, tra cui suo papà e sua mamma, quella sì che fu una pandemia. Morirono quando lui aveva appena due anni. Antonio sorseggia il suo caffè e pensa, pensa alla sua Africa lontana.
Lo sai, figlia mia, che negli anni settanta alla televisione c’era solo un canale, e la sera le persone si ritrovavano a parlare di politica, in circoli pieni di fumo, stanze piccole, tra facce amiche. Alcuni venivano solo per andar dietro a qualche ragazza, altri erano noiosi in un modo che ti può essere quasi impossibile immaginare, altri ancora scelsero la strada della lotta armata e non li vedemmo mai più. E fuori pioveva, non hai idea di quanto piovesse a Torino in quegli anni. Credevamo davvero di costruire un mondo diverso, forse modesto, ma senz’altro un po’ più giusto. E l’inverno durava di più, e davvero c’era una nebbia allora che non puoi immaginare. Lavoravamo otto, nove ore al giorno, ovviamente, e la sera eravamo in giro, assemblee, volantinaggio davanti ai cancelli della Fiat, manifesti da attaccare sui muri. E tu eri già nata, e ci davi già un po’ di pensieri. Sai, dormivo tre ore a notte, a volte saltavo del tutto, ma non ero stanco, mai, proprio mai. E quando tutto finì, la delusione fu grande. Però vivevamo con il sogno di un mondo più onesto, un obiettivo che non avremmo raggiunto mai, ma che ci faceva camminare a testa alta. Giornate piene, tagliavamo la nebbia di Torino come aerei tra le nuvole. Eravamo felici di essere lì, in quel posto, in quel momento. Soprattutto ci sentivamo parte di qualcosa. Invece tu, in cosa credi? Promettimi che non smetterai di sognare, che non ti rincoglionirai davanti alla televisione in questa Italia borghesotta e con l’accento lombardo. Non adesso, ancora no.
Mondiale del 1978. Vince l’Argentina, Buenos Aires impazzisce di gioia, mentre a due passi dallo Stadio Monumentàl, centinaia di giovani muoiono nelle carceri clandestine. Dal 1976 al 1983 50.000 persone spariranno nel nulla, inghiottite dall’oceano, o finite con un colpo alla nuca in qualche strada della sterminata provincia argentina. Contro quel mondiale macchiato di sangue, all’epoca furono in pochi a opporsi. E’ facile essere coraggiosi a distanza di sicurezza, ma ci fu chi all’epoca dimostrò di essere un uomo. Chi disse no. Jorge Carrascosa, il capitano degli argentini, disse semplicemente: “Io, il campionato del mondo non lo gioco”. El lobo ( il lupo) era il capitano e il cuore di quella squadra. Sarebbe toccato a lui l’onore (quale onore?) di alzare la coppa del mondo al cielo. Invece decise di non essere complice dei militari, di farsi da parte. Scelse il silenzio. Oggi, su google, ci sono solo tre o quattro immagini di Carrascosa. Dimenticato. Scomparso. El Lobo aveva soltanto ventinove anni, era un esterno di gran classe, nel pieno della carriera. Scelse il silenzio, e ora è uno dei pochi che può permettersi di guardare in faccia chiunque, anche le Madri di Plaza de Mayo.
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Pioggia leggera, cielo giallo di vento. Marsiglia, inizio estate. C’è un signore, fuori dal supermercato all’angolo, che suona la chitarra elettrica, collegata a un piccolo amplificatore. E’ ispirato, tiene gli occhi chiusi, pensa a una terra lontana in cui non torna da troppi anni. Qualcuno gli lascia una moneta, qualcuno si ferma ad ascoltare, più che altro stupito dalla sua intensità, dall’ostinata indifferenza a questa pioggia appiccicosa di inizio estate. Nel quartiere pensano che sia una specie di barbone. Gentile, educato, ma pur sempre un barbone. Qualche negoziante l’ha preso in simpatia, e così pane, frutta e una bottiglia di vino bianco non gli mancano mai. Jean, del suo passato, non racconta niente a nessuno. Ma se lo incontrate per strada, una canzone ve la suona sempre volentieri.
Piove sulle auto parcheggiate fuori dall’immenso stadio di Barcellona, il Camp Nou. Roberto guarda le luci della strada, seduto al posto di guida del suo camper. Ha perso il lavoro e la casa. La crisi economica di inizio 2009 in Spagna ha colpito duro, soprattutto quelli con contratti a progetto come lui. E’ un bravo grafico, prima o poi un altro posto lo troverà. Ne è sicuro. E’ un ragazzo con la testa dura, ostinato. E’ cresciuto in un piccolo paese di contadini della Castilla y Leon, a Barcellona ci è arrivato per l’Università, a diciannove anni. Non sarà certo questa crisi a farlo ritornare nei campi di grano della Castilla. Tutto quel che gli resta è un piccolo camper, un Volkswagen del 1985. Ci dorme dentro da un paio di settimane. Lo tiene parcheggiato vicino al Camp Nou e ogni volta che il Barcellona segna, il boato del pubblico fa tremare i finestrini. E’ difficile da spiegare, ma quel boato, ogni volta, gli dà la forza di non mollare.
Giovanni lavora al banco salumi e formaggi di un grosso supermercato nell’hinterland milanese. Ha sessant’anni, ma la pensione è lontana. Lui non ha nessuna voglia, comunque, di lasciare quel posto. I colleghi sono tutti più giovani di lui, lo chiamano “nonno”. Lui, nonostante cerchi di nasconderlo, ne è contento. Non si sente mai chiamare così. Sua figlia e le sue nipotine vivono in Canada, e le vede un paio di volte all’anno. Quando arriva l’ora di chiusura, è sempre l’ultimo ad andarsene. Prima di spegnere le luci, mette sull’affettatrice il prosciutto e taglia una fetta di San Daniele. Se la lascia sciogliere in bocca, mentre si avvia alla macchina nel parcheggio deserto.
Francesca ha una panetteria. Vive in un piccolo paese sulla costa occidentale della Sardegna. Quanto ha sognato di andare via, quando era una ragazzina. Poi tutto si è messo sulla strada giusta. Ottocento abitanti sono un mondo da conoscere, soprattutto se passano quasi tutti da te ogni giorno, perchè il pane lì lo vendi solo tu. Lavora con suo marito Michele, e aspetta un figlio che nascerà in estate. Quando è triste, guarda le dune di sabbia gialla a pochi metri dalla fine del paese. Si siede su un muretto di pietra e respira l’odore del mare. Le voci dei vecchi fuori dall’unico bar le fanno compagnia, in sottofondo. Aspetta l’estate.
Il lungomare di Ostia, in una domenica mattina d’inverno, assomiglia al posto in cui Mickey Rourke va a camminare con la figlia in “The Wrestler”. Mare azzurro chiaro, ma azzurro sporco. Bar aperti, ma tristi e grigi. Sole che illumina, ma non riscalda. Momo stende il telo bianco, ci mette su gli occhiali da sole taroccati. Spera di venderne almeno quattro o cinque paia, per comprare due panini per pranzo e mettere da parte qualcosa per l’affitto del mese. Ma non si ferma nessuno. Passano e nemmeno lo guardano. Non gli piace l’Italia, è pure clandestino. Però il tizio della biglietteria del cinema che la scorsa settimana gli ha fatto vedere “The Wrestler” senza pagare, bè, lui gli sta simpatico. Momo pensa alla sua famiglia in Senegal, la domenica mattina.
Ogni tanto la malinconia lo prende alla gola. Ma non è dolore; è come un boccone che si fa un po’ di fatica a mandare giù. Poi passa. Passa tutto. Hasan si guarda intorno, la vita di cantiere, urla secche e precise e rumore di carrucole. Il mare che si intravede dietro ai palazzi in costruzione. E’ contento di essere a Genova. Da qui la Bosnia è lontana. Qui ci sono sua moglie e suo figlio, qui c’è il futuro che ha costruito con impegno e ostinazione, mattone dopo mattone. Solo che quell’inverno di Sarajevo ogni tanto gli ritorna in mente. Sangue e neve. Quell’inverno passa e trascina via un po’ di vita. Ma Hasan non si lascerà portare via dalla corrente. All’assedio più duro è già sopravvissuto.
Ogni volta che guardavo quel cielo, sentivo una lunga fitta al cuore; era il cielo più grande, più esteso, più pulito che avessi mai visto. In quel villaggio nel nord della Danimarca non c’era nulla da fare, la sera. O almeno, nulla che mi interessasse. Vivevo lì da sei mesi, un appartamento in affitto a poche centinaia di metri dalla centrale elettrica dove lavoravo. Ogni sera guardavo quel cielo, la geometria delle costellazioni, pensavo all’Italia, non rimpiangevo nulla.
Ogni mattina mi alzavo quando era ancora buio, andavo a supervisionare i lavori, un panino a pranzo, riunioni e tabelle e telefonate. Mi davano il doppio dello stipendio che prendevo in Italia, quindi lavoravo sodo, parlavo poco. Alcune sere mi stancavo fino ad arrivare al punto di rottura, di proposito. Appena a casa, mi buttavo sul letto. Dormivo sereno, mai nessun sogno.
Non avevo stretto amicizie, anche se alcuni colleghi mi avevano invitato a cena e avevo conosciuto le loro famiglie. Preferivo stare solo. Una domenica decisi di fare una gita fino al punto più settentrionale di tutta la Danimarca: una spiaggia dove il Mar Baltico e il Mare del Nord si uniscono, o si scontrano, o si fondono. Dipende dai punti di vista.
L’urto tra le due correnti creava un’onda alta, perpetua, da sempre uguale a se stessa. Era una giornata senza un filo di foschia, il giallo della sabbia e il verde della vegetazione e l’azzurro-grigio dell’acqua. Pochi i turisti, la maggior parte di loro faceva un paio di foto e se la svignava, quasi disturbata dal vento e dai riflessi accecanti della luce sulla superficie del mare. Io rimasi seduto sulla sabbia per ore, mi piaceva davvero quel silenzio. Poi il sole tramontò e il buio ci mise pochi minuti a coprire la spiaggia e la campagna piatta tutt’attorno.
Decisi di alzarmi e fare la lunga passeggiata fino alla stazione; sapevo che c’era un ultimo treno poco prima delle dieci. Quando stavo per alzarmi e andar via, vidi un’ombra sull’acqua. Era una persona che stava nuotando. Intravidi i capelli scuri, mi sembrava una donna, fece quattro o cinque bracciate allontanandosi dalla riva. Una donna che faceva il bagno alla fine di marzo. Mi sforzai di guardare più in là, verso il largo. Ero sorpreso. Mi sforzai di seguirla con lo sguardo, ma era tutto troppo scuro. Il nero aveva sostituito e uniformato i colori del giorno.
Guardavo la superficie del mare, e a parte la schiuma bianca delle onde, non vidi più nulla. Rimasi immobile a lungo. Non c’era nessun altro su quella spiaggia lunga diversi chilometri. Poi incominciai a camminare. Le luci del paese erano puntini gialli e arancioni, che si confondevano con le prime stelle della sera.
Perchè le storie sono efficaci? Perchè sono semplici, dirette e soprattutto evocative. Siamo portati a credere che la comunicazione aziendale e la narrativa siano due mondi separati. Non è vero. Esempio: se l’asettico sito di un gruppo di trasporti metropolitani trovasse uno spazio (ad esempio in un blog aziendale) per inserire un microracconto come quello che segue, non darebbe un’immagine di sé più fresca e informale?
Lui si chiama T. Lei si chiama H. Non si sono mai visti, le loro strade non si sono mai incrociate. D’altronde vivono in una città di tre milioni di abitanti. E le città a volte sono deserti. Vivono anche ai due lati opposti della città, quindi probabilmente non solo non si sono mai incontrati, ma nemmeno mai sfiorati. Fino a quella mattina.
Una mattina come tante, una mattina normale. T. è in metropolitana, i soliti venti minuti per arrivare al lavoro. La solita linea, il solito vagone, il solito posto a sedere. T. è una persona abitudinaria, molto abitudinaria. H. non ha mai passato una giornata uguale a quella precedente, ha cambiato tanti lavori, ha trovato e perduto amici e amori, non ha mai dato e avuto riferimenti, non ha mai desiderato farlo. Quella mattina lei sta andando a una mostra fotografica, in centro città. T. ha gli stessi amici da quando andava all’università, ha sempre fatto lo stesso lavoro, ha avuto una sola ragazza, dai sedici ai ventidue anni; poi lei si è stancata, e l’ha lasciato. T. e H. hanno venticinque anni. Forse lui ne dimostra qualcuno in più, lei qualcuno in meno.Tuttavia non è questo che ci interessa. Quello che ci interessa è che quella mattina, si ritrovano seduti uno a fianco all’altra, in una grigia e rumorosa carrozza della metropolitana. A T. cade il pacchetto di sigarette dalla tasca della giacca, e non se ne accorge. Se ne accorge H., che lo raccoglie, e glielo porge, sorridendo.
Sono passati cinque anni da quel momento. T. e H. non si sono più staccati. Nemmeno per un giorno. Sono andati incontro a felicità e difficoltà, dolori e risate. Ci sono andati incontro insieme. Hanno girato tutta l’Asia, in treno, lei desiderava farlo da quand’era piccola. Hanno preso in affitto un appartamento con vista sul mare, lui l’aveva sempre sognato. Sono scesi a piccoli compromessi, a volte, ma hanno sempre creduto nel caso che li ha uniti. Niente di spettacolare.
Sono diversi. Nessuno dei loro amici ha mai capito che cosa li abbia uniti, che cosa li abbia spinti ad iniziare a parlarsi, quel giorno in metropolitana. E i loro amici a volte si innervosiscono guardandoli, anche se non lo danno a vedere. Si innervosiscono perché T. e H. quando sono vicini affrontano il mondo a viso aperto, senza paure e senza ipocrisie e senza insofferenze. Sono due esseri umani imperfetti, come tutti. Insieme, però, sono qualcosa. Qualcosa di stranamente e inspiegabilmente perfetto.
Quando si sono incontrati per la prima volta sulla metro, quel giorno di cinque anni fa, dopo un paio di minuti di parole semplici e sincere, T. aveva chiesto improvvisamente a H. quale fosse secondo lei il verbo più bello. Lei per qualche secondo era rimasta spiazzata, poi aveva risposto “Condividere”. E si stupì di averlo detto, non ci aveva mai pensato prima. Ed è sempre stato così, da allora. T. apre a H. nuovi mondi. H., quei mondi, glieli fa vivere.
For sale: baby shoes, never worn (Vendesi: scarpe da bambino, mai indossate)
La tradizione vuole che questo sia il racconto più breve mai scritto. Ernest Hemingway probabilmente l’aveva messo giù per scherzo, al tavolino di qualche bar, tra Parigi e L’Avana.
Sul web nessuno ha voglia e tempo di leggere contenuti troppo complessi. L’occhio viaggia sulla pagina come uno scanner, cercando di cogliere al volo ciò che gli interessa.
Si passa da un sito a un altro, nel giro di pochi secondi. L’attenzione è limitata. Ma questa è una grossa opportunità e una sfida affascinante per chi ama la narrativa breve: creare storie di poche pagine (anche una sola cartella), qualche migliaio di battute. Acchiappare l’attenzione di chi è capitato sulla nostra pagina web.
Molti siti aziendali potrebbero far leva sulla forza magnetica che è intrinseca a ogni buon racconto, per differenziarsi dalla maggior parte dei siti analoghi e sfruttare la capacità evocativa delle parole.
Piccole storie, scritte con precisione e con una prosa tersa. La parola Micronarrativa, per come la intendo io, vuol dire unire la voglia di raccontare delle storie e le caratteristiche specifiche della lettura sullo schermo, profondamente diversa da quella su carta.
La forza delle storie è spiegata con chiarezza da Luisa Carrada: “Nell’era dell’esplosione delle tecnologie e della massima abbondanza di informazioni, che ci seguono ormai ovunque, riemerge con tutta la sua forza la forma di comunicazione più antica che gli uomini conoscono: il racconto. Quella che ha permesso ai nostri antenati di dominare le paure e dare un senso al mondo, e la stessa che permette ancora oggi ai bambini di crescere affrontando le difficoltà una per una, come gli eroi delle fiabe […] Nessun’altra forma di comunicazione ha la forza e i vantaggi di una buona storia: vera, umana, breve, interessante, emozionante, facile da esporre e soprattutto da ricordare”.
Stamattina,
mentre mettevo in ordine
come tutti i giorni
scatolette di mais e fagioli
sugli scaffali del supermercato,
ho guardato l’ora.
Erano solo le nove,
ma ero già sveglio da una vita.
Carrelli pieni,
gente di corsa,
luci di natale,
appese.
C’era una gran coda alle casse.
Chissà qual’è la fila
per la felicità.