Quattro personaggi metropolitani
Dopo 23 anni in catena di montaggio, Gennaro si sente come una spugna che ha lavato troppi piatti. L’unico motivo per cui si alza al mattino sono le puttane di Viale Indipendenza. Ormai le chiama per nome.
Francesca apre la sua pescheria alle otto di mattina, come sempre. E’ dicembre, Torino un’unica lastra di ghiaccio. Gli affari vanno bene, ma lei ha un segreto: sono tre anni che è vegetariana. Ai clienti mica lo dice.
Nicola ha otto anni e ha trovato cinque euro sul marciapiede, camminando mano nella mano con la nonna. Appena tornato a casa è corso da suo padre (disoccupato da sei mesi), ha fatto finta di abbracciarlo e glieli ha messi nella tasca della giacca senza farsi vedere.
Franco è un autista di autobus privati, soprattutto gite scolastiche. Una volta ha fatto Bologna - Barcellona in una notte. Merito delle anfetamine.
Ines
Ines è una bella ragazza e fa la barista. Sopporta per tutto il giorno gli sguardi insistenti e prolungati di una clientela variegata: ragazzetti che escono da scuola, pensionati che cercano di uccidere in qualche modo le giornate, disoccupati che viaggiano sui dodici-tredici caffè al giorno. Quel bar di Palermo le fa schifo, ma il mare lì davanti è blu. Blu per lei significa futuro, possibilità, un’altra vita. Diversa, più pulita.
Lettera di presentazione
Accendi il computer. Apri un documento di testo. Immagina un testo breve sin dall’inizio, pensa già alla sua struttura completa. Non usare frasi contorte. Dieci righe sono più che sufficienti. Arriva subito al punto. Scrivi il tuo titolo di studio. Dimostra di aver guardato con attenzione il sito web dell’azienda. Racconta in due righe in che modo hai conosciuto l’azienda, magari inventando una storiella simpatica e credibile. Non vera. Credibile. Ma senza esagerare. Copia e incolla il testo nel corpo della mail. Allega il curriculum in un file rigorosamente in PDF. Nell’oggetto della mail scrivi “Autocandidatura per…” e il posto che ti piacerebbe ottenere. Rileggi la mail almeno tre volte. Ecco fatto. Hai tra le mani la lettera di presentazione perfetta. Poi cestina la mail. Siamo in Italia, coglione! Mi chiamo Laura, ho 29anni , una laurea e un master, e sono quella che ti serve le patatine da McDonald’s.
Nello
Ho scritto un breve “ritratto” e l’ho inviato a Vanni Santoni, che l’ha pubblicato sul suo blog dopo averlo editato. Sinceramente è un onore.

Gli anni settanta: Lettera di un padre a una figlia
Lo sai, figlia mia, che negli anni settanta alla televisione c’era solo un canale, e la sera le persone si ritrovavano a parlare di politica, in circoli pieni di fumo, stanze piccole, tra facce amiche. Alcuni venivano solo per andar dietro a qualche ragazza, altri erano noiosi in un modo che ti può essere quasi impossibile immaginare, altri ancora scelsero la strada della lotta armata e non li vedemmo mai più. E fuori pioveva, non hai idea di quanto piovesse a Torino in quegli anni. Credevamo davvero di costruire un mondo diverso, forse modesto, ma senz’altro un po’ più giusto. E l’inverno durava di più, e davvero c’era una nebbia allora che non puoi immaginare. Lavoravamo otto, nove ore al giorno, ovviamente, e la sera eravamo in giro, assemblee, volantinaggio davanti ai cancelli della Fiat, manifesti da attaccare sui muri. E tu eri già nata, e ci davi già un po’ di pensieri. Sai, dormivo tre ore a notte, a volte saltavo del tutto, ma non ero stanco, mai, proprio mai. E quando tutto finì, la delusione fu grande. Però vivevamo con il sogno di un mondo più onesto, un obiettivo che non avremmo raggiunto mai, ma che ci faceva camminare a testa alta. Giornate piene, tagliavamo la nebbia di Torino come aerei tra le nuvole. Eravamo felici di essere lì, in quel posto, in quel momento. Soprattutto ci sentivamo parte di qualcosa. Invece tu, in cosa credi? Promettimi che non smetterai di sognare, che non ti rincoglionirai davanti alla televisione in questa Italia borghesotta e con l’accento lombardo. Non adesso, ancora no.
Jean
Pioggia leggera, cielo giallo di vento. Marsiglia, inizio estate. C’è un signore, fuori dal supermercato all’angolo, che suona la chitarra elettrica, collegata a un piccolo amplificatore. E’ ispirato, tiene gli occhi chiusi, pensa a una terra lontana in cui non torna da troppi anni. Qualcuno gli lascia una moneta, qualcuno si ferma ad ascoltare, più che altro stupito dalla sua intensità, dall’ostinata indifferenza a questa pioggia appiccicosa di inizio estate. Nel quartiere pensano che sia una specie di barbone. Gentile, educato, ma pur sempre un barbone. Qualche negoziante l’ha preso in simpatia, e così pane, frutta e una bottiglia di vino bianco non gli mancano mai. Jean, del suo passato, non racconta niente a nessuno. Ma se lo incontrate per strada, una canzone ve la suona sempre volentieri.
Momo
Il lungomare di Ostia, in una domenica mattina d’inverno, assomiglia al posto in cui Mickey Rourke va a camminare con la figlia in “The Wrestler”. Mare azzurro chiaro, ma azzurro sporco. Bar aperti, ma tristi e grigi. Sole che illumina, ma non riscalda. Momo stende il telo bianco, ci mette su gli occhiali da sole taroccati. Spera di venderne almeno quattro o cinque paia, per comprare due panini per pranzo e mettere da parte qualcosa per l’affitto del mese. Ma non si ferma nessuno. Passano e nemmeno lo guardano. Non gli piace l’Italia, è pure clandestino. Però il tizio della biglietteria del cinema che la scorsa settimana gli ha fatto vedere “The Wrestler” senza pagare, bè, lui gli sta simpatico. Momo pensa alla sua famiglia in Senegal, la domenica mattina.
Micronarrativa metropolitana
Perchè le storie sono efficaci? Perchè sono semplici, dirette e soprattutto evocative. Siamo portati a credere che la comunicazione aziendale e la narrativa siano due mondi separati. Non è vero. Esempio: se l’asettico sito di un gruppo di trasporti metropolitani trovasse uno spazio (ad esempio in un blog aziendale) per inserire un microracconto come quello che segue, non darebbe un’immagine di sé più fresca e informale?
Lui si chiama T. Lei si chiama H. Non si sono mai visti, le loro strade non si sono mai incrociate. D’altronde vivono in una città di tre milioni di abitanti. E le città a volte sono deserti. Vivono anche ai due lati opposti della città, quindi probabilmente non solo non si sono mai incontrati, ma nemmeno mai sfiorati. Fino a quella mattina.
Una mattina come tante, una mattina normale. T. è in metropolitana, i soliti venti minuti per arrivare al lavoro. La solita linea, il solito vagone, il solito posto a sedere. T. è una persona abitudinaria, molto abitudinaria. H. non ha mai passato una giornata uguale a quella precedente, ha cambiato tanti lavori, ha trovato e perduto amici e amori, non ha mai dato e avuto riferimenti, non ha mai desiderato farlo. Quella mattina lei sta andando a una mostra fotografica, in centro città. T. ha gli stessi amici da quando andava all’università, ha sempre fatto lo stesso lavoro, ha avuto una sola ragazza, dai sedici ai ventidue anni; poi lei si è stancata, e l’ha lasciato. T. e H. hanno venticinque anni. Forse lui ne dimostra qualcuno in più, lei qualcuno in meno.Tuttavia non è questo che ci interessa. Quello che ci interessa è che quella mattina, si ritrovano seduti uno a fianco all’altra, in una grigia e rumorosa carrozza della metropolitana. A T. cade il pacchetto di sigarette dalla tasca della giacca, e non se ne accorge. Se ne accorge H., che lo raccoglie, e glielo porge, sorridendo.
Sono passati cinque anni da quel momento. T. e H. non si sono più staccati. Nemmeno per un giorno. Sono andati incontro a felicità e difficoltà, dolori e risate. Ci sono andati incontro insieme. Hanno girato tutta l’Asia, in treno, lei desiderava farlo da quand’era piccola. Hanno preso in affitto un appartamento con vista sul mare, lui l’aveva sempre sognato. Sono scesi a piccoli compromessi, a volte, ma hanno sempre creduto nel caso che li ha uniti. Niente di spettacolare.
Sono diversi. Nessuno dei loro amici ha mai capito che cosa li abbia uniti, che cosa li abbia spinti ad iniziare a parlarsi, quel giorno in metropolitana. E i loro amici a volte si innervosiscono guardandoli, anche se non lo danno a vedere. Si innervosiscono perché T. e H. quando sono vicini affrontano il mondo a viso aperto, senza paure e senza ipocrisie e senza insofferenze. Sono due esseri umani imperfetti, come tutti. Insieme, però, sono qualcosa. Qualcosa di stranamente e inspiegabilmente perfetto.
Quando si sono incontrati per la prima volta sulla metro, quel giorno di cinque anni fa, dopo un paio di minuti di parole semplici e sincere, T. aveva chiesto improvvisamente a H. quale fosse secondo lei il verbo più bello. Lei per qualche secondo era rimasta spiazzata, poi aveva risposto “Condividere”. E si stupì di averlo detto, non ci aveva mai pensato prima. Ed è sempre stato così, da allora. T. apre a H. nuovi mondi. H., quei mondi, glieli fa vivere.
La forza della micronarrativa
For sale: baby shoes, never worn (Vendesi: scarpe da bambino, mai indossate)
La tradizione vuole che questo sia il racconto più breve mai scritto. Ernest Hemingway probabilmente l’aveva messo giù per scherzo, al tavolino di qualche bar, tra Parigi e L’Avana.
Sul web nessuno ha voglia e tempo di leggere contenuti troppo complessi. L’occhio viaggia sulla pagina come uno scanner, cercando di cogliere al volo ciò che gli interessa.
Si passa da un sito a un altro, nel giro di pochi secondi. L’attenzione è limitata. Ma questa è una grossa opportunità e una sfida affascinante per chi ama la narrativa breve: creare storie di poche pagine (anche una sola cartella), qualche migliaio di battute. Acchiappare l’attenzione di chi è capitato sulla nostra pagina web.
Molti siti aziendali potrebbero far leva sulla forza magnetica che è intrinseca a ogni buon racconto, per differenziarsi dalla maggior parte dei siti analoghi e sfruttare la capacità evocativa delle parole.
Piccole storie, scritte con precisione e con una prosa tersa. La parola Micronarrativa, per come la intendo io, vuol dire unire la voglia di raccontare delle storie e le caratteristiche specifiche della lettura sullo schermo, profondamente diversa da quella su carta.
La forza delle storie è spiegata con chiarezza da Luisa Carrada: “Nell’era dell’esplosione delle tecnologie e della massima abbondanza di informazioni, che ci seguono ormai ovunque, riemerge con tutta la sua forza la forma di comunicazione più antica che gli uomini conoscono: il racconto. Quella che ha permesso ai nostri antenati di dominare le paure e dare un senso al mondo, e la stessa che permette ancora oggi ai bambini di crescere affrontando le difficoltà una per una, come gli eroi delle fiabe […] Nessun’altra forma di comunicazione ha la forza e i vantaggi di una buona storia: vera, umana, breve, interessante, emozionante, facile da esporre e soprattutto da ricordare”.