Micronarrativa


Jean

Pioggia leggera, cielo giallo di vento. Marsiglia, inizio estate. C’è un signore, fuori dal supermercato all’angolo, che suona la chitarra elettrica, collegata a un piccolo amplificatore. E’ ispirato, tiene gli occhi chiusi, pensa a una terra lontana in cui non torna da troppi anni. Qualcuno gli lascia una moneta, qualcuno si ferma ad ascoltare, più che altro stupito dalla sua intensità, dall’ostinata indifferenza a questa pioggia appiccicosa di inizio estate. Nel quartiere pensano che sia una specie di barbone. Gentile, educato, ma pur sempre un barbone. Qualche negoziante l’ha preso in simpatia, e così pane, frutta e una bottiglia di vino bianco non gli mancano mai. Jean, del suo passato, non racconta niente a nessuno. Ma se lo incontrate per strada, una canzone ve la suona sempre volentieri.



Micronarrativa metropolitana

Perchè le storie sono efficaci? Perchè sono semplici, dirette e soprattutto evocative. Siamo portati a credere che la comunicazione aziendale e la narrativa siano due mondi separati. Non è vero. Esempio: se l’asettico sito di un gruppo di trasporti metropolitani trovasse uno spazio (ad esempio in un blog aziendale) per inserire un microracconto come quello che segue, non darebbe un’immagine di sé più fresca e informale?

Lui si chiama T. Lei si chiama H. Non si sono mai visti, le loro strade non si sono mai incrociate. D’altronde vivono in una città di tre milioni di abitanti. E le città a volte sono deserti. Vivono anche ai due lati opposti della città, quindi probabilmente non solo non si sono mai incontrati, ma nemmeno mai sfiorati. Fino a quella mattina.

Una mattina come tante, una mattina normale. T. è in metropolitana, i soliti venti minuti per arrivare al lavoro. La solita linea, il solito vagone, il solito posto a sedere. T. è una persona abitudinaria, molto abitudinaria. H. non ha mai passato una giornata uguale a quella precedente, ha cambiato tanti lavori, ha trovato e perduto amici e amori, non ha mai dato e avuto riferimenti, non ha mai desiderato farlo. Quella mattina lei sta andando a una mostra fotografica, in centro città. T. ha gli stessi amici da quando andava all’università, ha sempre fatto lo stesso lavoro, ha avuto una sola ragazza, dai sedici ai ventidue anni; poi lei si è stancata, e l’ha lasciato. T. e H. hanno venticinque anni. Forse lui ne dimostra qualcuno in più, lei qualcuno in meno.Tuttavia non è questo che ci interessa. Quello che ci interessa è che quella mattina, si ritrovano seduti uno a fianco all’altra, in una grigia e rumorosa carrozza della metropolitana. A T. cade il pacchetto di sigarette dalla tasca della giacca, e non se ne accorge. Se ne accorge H., che lo raccoglie, e glielo porge, sorridendo.

Sono passati cinque anni da quel momento. T. e H. non si sono più staccati. Nemmeno per un giorno. Sono andati incontro a felicità e difficoltà, dolori e risate. Ci sono andati incontro insieme. Hanno girato tutta l’Asia, in treno, lei desiderava farlo da quand’era piccola. Hanno preso in affitto un appartamento con vista sul mare, lui l’aveva sempre sognato. Sono scesi a piccoli compromessi, a volte, ma hanno sempre creduto nel caso che li ha uniti. Niente di spettacolare.

Sono diversi. Nessuno dei loro amici ha mai capito che cosa li abbia uniti, che cosa li abbia spinti ad iniziare a parlarsi, quel giorno in metropolitana. E i loro amici a volte si innervosiscono guardandoli, anche se non lo danno a vedere. Si innervosiscono perché T. e H. quando sono vicini affrontano il mondo a viso aperto, senza paure e senza ipocrisie e senza insofferenze. Sono due esseri umani imperfetti, come tutti. Insieme, però, sono qualcosa. Qualcosa di stranamente e inspiegabilmente perfetto.

Quando si sono incontrati per la prima volta sulla metro, quel giorno di cinque anni fa, dopo un paio di minuti di parole semplici e sincere, T. aveva chiesto improvvisamente a H. quale fosse secondo lei il verbo più bello. Lei per qualche secondo era rimasta spiazzata, poi aveva risposto “Condividere”. E si stupì di averlo detto, non ci aveva mai pensato prima. Ed è sempre stato così, da allora. T. apre a H. nuovi mondi. H., quei mondi, glieli fa vivere.



Fratelli

miceo01.jpg Tutte le notti, da un paio di mesi, faceva lo stesso sogno. Sognava di guidare su una strada costiera. Il mare blu, liscio come un vassoio, si intravedeva dopo ogni curva. La strada si distendeva placida, nessun’altra auto in entrambe le direzioni. Ogni notte iniziava un lungo viaggio, il percorso sempre lo stesso, impercettibili le variazioni. Poche costruzioni ai lati della carreggiata, una mano sul volante, velocità sostenuta. Schiacciava sempre più sull’acceleratore, sempre più, sempre più a fondo. Il sole riscaldava l’asfalto, nell’aria i trentacinque gradi dell’ estate greca. Il suono acido della sveglia interrompeva quel viaggio così particolare.

Quasi tutte le notti sognava che al suo fianco, sul sedile del passeggero, ci fosse il fratello. Si lanciavano un’occhiata, sorridevano. Aprire gli occhi, in quelle occasioni, era una ferita. Perchè suo fratello Alexis era scomparso nel nulla dieci anni prima; una sera, semplicemente, non era tornato a casa dopo il lavoro. Vivevano insieme, in una cittadina a due passi da Atene. Erano i primi anni Ottanta. Avevano poco più di vent’anni, gestivano un’edicola insieme. Uno lavorava al mattino, l’altro al pomeriggio. Così avevano tutto il tempo libero per fare ciò che fanno due ragazzi di vent’anni in un paese che apre gli occhi dopo una dittatura grigia e claustrofobica.

Da quando Alexis era scomparso, Sotiris aveva attraversato diverse fasi emotive. All’inizio, pensando a una fuga volontaria, lo invidiò. Poi dopo un paio di settimane senza avere sue notizie, subentrò una paura profonda. Le indagini della polizia non portarono a nulla. Gli anni passarono, la vita cambiò, Sotiris vendette l’edicola e si trasferì a Koufonissi, un’isola di pochi chilometri quadrati nell’Egeo. Pensava raramente ad Alexis: per sempre giovane, un’immagine cristallizzata nel passato.

Un pomeriggio, fine estate, suonò il telefono del suo bar vicino al piccolo porto di Koufonissi. Sotiris rispose, era la polizia di Patrasso. Alcuni sommozzatori durante un’immersione avevano trovato il “relitto” di una vecchia Renault, vicino alla scogliera della strada panoramica, a venti metri di profondità. Probabilmente era l’auto di Alexis. O almeno così gli dissero. Sotiris, in fondo, già sapeva, non si stupì. I sogni parlano chiaro. E tra fratelli basta un’occhiata per intendersi.