Micronarrativa


Quattro personaggi metropolitani
1 Giugno 2009, 20:06
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Dopo 23 anni in catena di montaggio, Gennaro si sente come una spugna che ha lavato troppi piatti. L’unico motivo per cui si alza al mattino sono le puttane di Viale Indipendenza. Ormai le chiama per nome.

Francesca apre la sua pescheria alle otto di mattina, come sempre. E’ dicembre, Torino un’unica lastra di ghiaccio. Gli affari vanno bene, ma lei ha un segreto: sono tre anni che è vegetariana. Ai clienti mica lo dice.

Nicola ha otto anni e ha trovato cinque euro sul marciapiede, camminando mano nella mano con la nonna. Appena tornato a casa è corso da suo padre (disoccupato da sei mesi), ha fatto finta di abbracciarlo e glieli ha messi nella tasca della giacca senza farsi vedere.

Franco è un autista di autobus privati, soprattutto gite scolastiche. Una volta ha fatto Bologna - Barcellona in una notte. Merito delle anfetamine.



Micronarrativa metropolitana

Perchè le storie sono efficaci? Perchè sono semplici, dirette e soprattutto evocative. Siamo portati a credere che la comunicazione aziendale e la narrativa siano due mondi separati. Non è vero. Esempio: se l’asettico sito di un gruppo di trasporti metropolitani trovasse uno spazio (ad esempio in un blog aziendale) per inserire un microracconto come quello che segue, non darebbe un’immagine di sé più fresca e informale?

Lui si chiama T. Lei si chiama H. Non si sono mai visti, le loro strade non si sono mai incrociate. D’altronde vivono in una città di tre milioni di abitanti. E le città a volte sono deserti. Vivono anche ai due lati opposti della città, quindi probabilmente non solo non si sono mai incontrati, ma nemmeno mai sfiorati. Fino a quella mattina.

Una mattina come tante, una mattina normale. T. è in metropolitana, i soliti venti minuti per arrivare al lavoro. La solita linea, il solito vagone, il solito posto a sedere. T. è una persona abitudinaria, molto abitudinaria. H. non ha mai passato una giornata uguale a quella precedente, ha cambiato tanti lavori, ha trovato e perduto amici e amori, non ha mai dato e avuto riferimenti, non ha mai desiderato farlo. Quella mattina lei sta andando a una mostra fotografica, in centro città. T. ha gli stessi amici da quando andava all’università, ha sempre fatto lo stesso lavoro, ha avuto una sola ragazza, dai sedici ai ventidue anni; poi lei si è stancata, e l’ha lasciato. T. e H. hanno venticinque anni. Forse lui ne dimostra qualcuno in più, lei qualcuno in meno.Tuttavia non è questo che ci interessa. Quello che ci interessa è che quella mattina, si ritrovano seduti uno a fianco all’altra, in una grigia e rumorosa carrozza della metropolitana. A T. cade il pacchetto di sigarette dalla tasca della giacca, e non se ne accorge. Se ne accorge H., che lo raccoglie, e glielo porge, sorridendo.

Sono passati cinque anni da quel momento. T. e H. non si sono più staccati. Nemmeno per un giorno. Sono andati incontro a felicità e difficoltà, dolori e risate. Ci sono andati incontro insieme. Hanno girato tutta l’Asia, in treno, lei desiderava farlo da quand’era piccola. Hanno preso in affitto un appartamento con vista sul mare, lui l’aveva sempre sognato. Sono scesi a piccoli compromessi, a volte, ma hanno sempre creduto nel caso che li ha uniti. Niente di spettacolare.

Sono diversi. Nessuno dei loro amici ha mai capito che cosa li abbia uniti, che cosa li abbia spinti ad iniziare a parlarsi, quel giorno in metropolitana. E i loro amici a volte si innervosiscono guardandoli, anche se non lo danno a vedere. Si innervosiscono perché T. e H. quando sono vicini affrontano il mondo a viso aperto, senza paure e senza ipocrisie e senza insofferenze. Sono due esseri umani imperfetti, come tutti. Insieme, però, sono qualcosa. Qualcosa di stranamente e inspiegabilmente perfetto.

Quando si sono incontrati per la prima volta sulla metro, quel giorno di cinque anni fa, dopo un paio di minuti di parole semplici e sincere, T. aveva chiesto improvvisamente a H. quale fosse secondo lei il verbo più bello. Lei per qualche secondo era rimasta spiazzata, poi aveva risposto “Condividere”. E si stupì di averlo detto, non ci aveva mai pensato prima. Ed è sempre stato così, da allora. T. apre a H. nuovi mondi. H., quei mondi, glieli fa vivere.