Micronarrativa


Lettera di presentazione

Accendi il computer. Apri un documento di testo. Immagina un testo breve sin dall’inizio, pensa già alla sua struttura completa. Non usare frasi contorte. Dieci righe sono più che sufficienti. Arriva subito al punto. Scrivi il tuo titolo di studio. Dimostra di aver guardato con attenzione il sito web dell’azienda. Racconta in due righe in che modo hai conosciuto l’azienda, magari inventando una storiella simpatica e credibile. Non vera. Credibile. Ma senza esagerare. Copia e incolla il testo nel corpo della mail. Allega il curriculum in un file rigorosamente in PDF. Nell’oggetto della mail scrivi “Autocandidatura per…” e il posto che ti piacerebbe ottenere. Rileggi la mail almeno tre volte. Ecco fatto. Hai tra le mani la lettera di presentazione perfetta. Poi cestina la mail. Siamo in Italia, coglione! Mi chiamo Laura, ho 29anni , una laurea e un master, e sono quella che ti serve le patatine da McDonald’s.



Gli anni settanta: Lettera di un padre a una figlia
26 Aprile 2009, 21:17
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Lo sai, figlia mia, che negli anni settanta alla televisione c’era solo un canale, e la sera le persone si ritrovavano a parlare di politica, in circoli pieni di fumo, stanze piccole, tra facce amiche. Alcuni venivano solo per andar dietro a qualche ragazza, altri erano noiosi in un modo che ti può essere quasi impossibile immaginare, altri ancora scelsero la strada della lotta armata e non li vedemmo mai più. E fuori pioveva, non hai idea di quanto piovesse a Torino in quegli anni. Credevamo davvero di costruire un mondo diverso, forse modesto, ma senz’altro un po’ più giusto. E l’inverno durava di più, e davvero c’era una nebbia allora che non puoi immaginare. Lavoravamo otto, nove ore al giorno, ovviamente, e la sera eravamo in giro, assemblee, volantinaggio davanti ai cancelli della Fiat, manifesti da attaccare sui muri. E tu eri già nata, e ci davi già un po’ di pensieri. Sai, dormivo tre ore a notte, a volte saltavo del tutto, ma non ero stanco, mai, proprio mai. E quando tutto finì, la delusione fu grande. Però vivevamo con il sogno di un mondo più onesto, un obiettivo che non avremmo raggiunto mai, ma che ci faceva camminare a testa alta. Giornate piene, tagliavamo la nebbia di Torino come aerei tra le nuvole. Eravamo felici di essere lì, in quel posto, in quel momento. Soprattutto ci sentivamo parte di qualcosa. Invece tu, in cosa credi? Promettimi che non smetterai di sognare, che non ti rincoglionirai davanti alla televisione in questa Italia borghesotta e con l’accento lombardo. Non adesso, ancora no.



Città dopo città
11 Dicembre 2008, 14:59
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Barcellona è un grosso stagno, ma l‘acqua è trasparente. In questa città si è di passaggio. La sosta può durare un mese, un anno, una vita. Difficile non innamorarsi della leggerezza di Barceloneta, la vita che scorre senza fretta, le ragazze che prendono il sole sulla spiaggia anche se è solo febbraio. Le notti non finiscono, l’alba è un’altra possibilità.

Stoccolma è camminare per strade deserte alle sei di mattina. Piazze silenziose e piccole navi che scivolano tra i canali. Due occhi verdi che ti dicono di restare ancora un po’. Caffè e centri commerciali, il cuore di questa città è ricoperto da strati di asfalto e nuvole. Ma un cuore c’è. È solo ben nascosto. Gli spazi senza fine del grande nord sono a un passo.

Buenos Aires è amore. È tavolini all’aperto e giorni che non vorresti mai veder finire. È tramonti rossi e cieli blu. Buenos Aires è sudore e traffico impazzito. Buenos Aires è la tenerezza più dura di questa terra. A Buenos Aires è difficile tornare, se le lacrime le hai già finite.

Perth è l’oceano, onde che si abbattono sulle spiagge senza fare male. Chilometri e chilometri di quartieri ordinati, ristoranti greci e pizzerie italiane. Dall’altra parte del mondo, vicinissimo a casa.

Shangai è la puttana d’oriente. Trenta milioni di cuori, periferie che si estendono ogni settimana, contadini che la raggiungono cercando di trovare un po’ di dignità. Grattacieli di ottanta piani, miliardi di luci. La sensazione che il passato non esista, non sia mai esistito.

Port-au-Prince è strade di fango e insegne di legno colorate. Case di pochi piani che diradano verso il mare. Radio Haiti trasmette musica creola. Il palazzo presidenziale è bianco come il latte.



Il presente è una terra straniera
7 Dicembre 2008, 11:40
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Ha piovuto tutta la notte. 

E lui ha dormito per il quarto giorno consecutivo sotto un cavalcavia vicino al piazzale della stazione. È in Italia da due anni. Muratore, imbianchino, operaio. Ha fatto un po’ di tutto. Ogni mattina si alza alle quattro e mezza, lavora fino a sera per 700 euro al mese. Da qualche tempo non ha più nemmeno una casa. È nato in un villaggio al confine tra la Serbia e la Romania. Poche baracche, le strade di terra battuta, una piazza stretta contro il versante di una collina. La capitale Bucarest lontana, sempre soltanto immaginata, trecento chilometri più in là. Quattro case dimenticate dal resto del mondo, tra le colline. Gli manca ogni giorno, il suo villaggio. Quando il sole è un cerchio rosso e la città è ancora silenziosa, prende l’autobus per andare al cantiere. Non fa in tempo a sedersi, sempre al fondo della vettura, e si addormenta. Ogni mattina, si addormenta in un istante. Sogna la strada della casa in cui è cresciuto. Appoggia la fronte contro il finestrino, ed è il momento più bello della giornata. Sente l’odore del campo di girasoli dietro al vecchio forno, gli sembra di riuscire ad ascoltare la voce degli anziani seduti fuori dall’unico bar della piazza. I bambini che corrono verso il campo di calcio, terra grigia e pali arrugginiti. Poi è già ora di scendere dal bus, di godersi un po’ della brezza fredda che si allontana dalla notte. Un altro nuovo giorno, uguale a quello prima.

Lei è nata a Srebrenica, in Bosnia. E’ scappata dalla guerra, dal buio, dal massacro di migliaia di musulmani come lei. A Roma ci è capitata per caso, come tanti. Le bastava un posto che non puzzasse di guerra e sangue. Non chiedeva altro. Un viaggio di una settimana, attese interminabili ad ogni confine, l’indirizzo di una vecchia amica annotato con inchiostro rosso su un quaderno. Ha imparato l’italiano in pochi mesi. Da anni si prende cura di un’anziana signora, le pulisce casa, la porta in giro, la ascolta raccontare storie di un mondo che non esiste più. Ogni mattina esce di casa alle 5 e sale sul bus; si va a sedere nella penultima fila. Appoggia la fronte al finestrino e pensa a Srebrenica, a quel suo piccolo villaggio che il mondo ha conosciuto solo per le migliaia di vittime dell’odio serbo. Ma per lei Srebrenica è casa, nient’altro che casa. Ogni mattina, quando il sole è soltanto un cerchio rosso lontano dalla città, sale su quel bus, chiude gli occhi e si perde nelle immagini del suo passato che le sono rimaste in circolo nel sangue, resistenti allo scorrere degli anni.

Ogni mattina si siedono a due metri di distanza, non fanno caso l’uno all’altra. Non sarà così ancora per molto. Prima o poi si parleranno, divideranno i loro ricordi. Lei gli racconterà della guerra, lui le descriverà la pace silenziosa delle sue colline. L’estate, in fondo, è dietro l’angolo.